rubrica: Comunicazioni

SICo Lazio – Apericena di Venerdi 2 dicembre 2022

3 Dicembre 2022

Comunicazioni

 

SE IL COUNSELING HA UN CUORE

28 Novembre 2022

Comunicazioni, News

Se il counseling ha un cuore, il suo cuore è il problem solving. Scrive il filosofo Karl Popper, nel suo scritto, Tre saggi sulla mente umana

Tutti gli esseri viventi, piante, animali e uomini, sono solutori di problemi. Essi sono impegnati, giorno e notte, nella soluzione di innumerevoli problemi. Ovviamente essi non sono consapevoli di ciò, e neppur l’uomo lo è sempre. Tutti questi problemi vanno nella stessa direzione: essi sono tentativi di anticipare il futuro e di migliorare le prospettive degli organismi anticipando bisogni futuri o eventi minacciosi.

Due elementi sono importanti in questa riflessione:

Primo, che la questione della soluzione dei problemi non ha confini nell’universo dei viventi, e si pone senza distinzione a tutti essi: vegetali e animali di qualsiasi ordine e livello evolutivo.

Secondo, che essa ha una ragione per esistere: vivere significa essere organismi viaggiatori lungo una traiettoria in movimento nel senso del tempo, dal presente verso il futuro.

Tutto ciò che vive per il fatto che continua a vivere è un problema risolto. Per il fatto di appartenere a una realtà in movimento, deve risolvere sempre nuovi problemi. Nella sua struttura una parte integrante di essa è la risoluzione dei problemi.

Perciò non è una questione confinata all’ambito psicologico. Noi siamo olistici, unitari e interconnessi sicché ogni parte di noi si interroga reciprocamente con le altre. Noi siamo sovradeterminati: abbiamo diversi livelli dell’essere e perciò diversi livelli di problemi, sia come ostacolo sia come conquista. 

È questo il fondamento per cui la civiltà umana ha inventato quelle che noi chiamiamo discipline della cultura e del sapere: dalla scienza all’arte, dalla poesia alla tecnologia. Ognuna di esse ha risolto problemi del nostro stare al mondo, del nostro muoversi nel mondo, secondo bisogni e desideri di specie.

La ventura del nostro essere individui immersi nella microfisica della quotidianità è che assai spesso dobbiamo risolvere problemi a un livello indeterministico, ovvero nella frazione corpuscolare della quotidianità, nella quale non sempre siamo in grado di misurarne la valenza ondulatoria, la dimensione transfinita.

Ed è qui che ci occorre il counseling, come metodologia della soluzione dei problemi della umana contingenza, ma non a caso né in modo spontaneistico, bensì facendo tesoro della metodologia del problem solving delle innumerevoli discipline della nostra evoluzione culturale. 

Perché la mente umana ha scoperto, messo a punto modalità di problem solving con la biologia e con la letteratura (non nel racconto ma nel creare racconto), con la fisica e con la filosofia, con l’arte e con la tecnologia, con la matematica e con la musica, con la guerra e con la produzione.

Ritengo che il counseling possa percorrere tutti questi sentieri per tradurre nel linguaggio che è suo proprio, il quotidiano, il suo lavoro di problem solving. Ed è forse il modo più produttivo per fuoriuscire dalla sterile polemica, dal braccio di ferro con la psicologia. 

La nostra posizione può essere quella adombrata da una pagina del filosofo Isaiah Berlin. Tra i frammenti dell’antico poeta greco Archiloco c’è un verso che dice “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”. 

Esiste infatti un gran divario tra:

Coloro (come il riccio), che riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente o articolato con regole che li guidano a capire, a pensare, a sentire – un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare significato a tutto ciò che essi sono e dicono…

E coloro, all’altra parte, (come la volpe) che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contradditori, magari collegati soltanto enericamente, di fatto, per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico.

Insomma, il counseling può essere volpe, o almeno è tale il mio augurio.

Mario Papadia,
Accademia per la Riprogrammazione, Roma

 

Counseling Artistico

15 Novembre 2022

Comunicazioni, News

Perché introdurre le arti visive in una scuola di counseling? 

Le arti visive offrono spunti di riflessione su molte tematiche relazionali, rispetto alle domande esistenziali che l’uomo si pone. Questo riguarda sia il fare artistico sia la conoscenza delle arti visive, attraverso la storia e le proposte museali delle arti. 

L’arte agisce a livello simbolico permettendo di trasformare la conoscenza e l’istinto in forme creative, capaci di coinvolgere la dimensione sensoriale, emotiva e intellettuale, fornendo degli strumenti per comprendere e per capire contenuti interiori.

Le forme artistiche più riuscite hanno la capacità di affrontare tematiche universali nelle quali l’individuo può riconoscere aspetti della propria personalità ed elaborarli in modo cosciente e creativo. 

Le metodologie del counseling coordinano questi aspetti attraverso un insieme di abilità e atteggiamenti e tecniche che mediante l’empatia, l’ascolto, l’apertura alla riflessione su di sé, sugli altri e sulla vita, agevolano le persone ad integrare processi di maggiore consapevolezza.  

Ma è nitido questo concetto?
C’è chiarezza nel panorama del counseling su cosa si intenda per “competenza artistica” ?

Per competenze artistiche non si intendono generiche attitudini creative e bisogni espressivi, ma un’insieme di conoscenze ben definibili basate sullo studio e sulla pratica di tecniche da acquisire mediante una specifica formazione in scuole d’arte accademie o corsi privati.

L’approccio didattico da adottare, pur accogliendo spunti istintuali e sperimentazioni libere di forme e materiali, non può basarsi su semplici improvvisazioni e sfoghi espressivi.

La competenza artistica richiede l’impiego di metodologie legate alla storia delle pratiche, delle teorie artistiche e della grammatica visiva.

Alla pari di un qualsiasi altro linguaggio ( psicologico, filosofico, scientifico ), che voglia essere trasmesso e compreso a partire dalle sue basi antropologiche. 

Questo argomento interessa perché aiuta a distinguere i vari approcci in cui si affiancano le arti visive, i musei e la creatività al mondo del counseling. Bisogna poter comprendere la differenza tra creatività, espressività e arte alla pari di come distinguere la differenza tra le figure e le competenze dello psicoterapeuta, dello psicologo, del counselor e del coach.

La creatività agisce a diversi livelli, parte do da un livello di base comune a tutti gli esseri umani, per arrivare ad un livello più complesso dell’attività artistica. Fin dall’infanzia, tutti impariamo ad esprimerci con diversi linguaggi e siamo dotati di potenzialità creative ( e qui nasce la confusione ), intendendo la creatività come la capacità di inventare risposte diverse a uno stesso problema o tema. 

Nell’arte, però, la creatività diventa un processo complesso e costante di percezione e rielaborazione attraverso un uso pertinente dei codici espressivi: pittorici, grafici, fotografici, poetici, letterari, audiovisivi, musicali e performativi, con le relative connessioni.

Non è sufficiente usare alcune modalità espressive per entrare nel merito dei processi creativi che stanno alla base della formazione in counseling artistico.

L’approccio del counseling artistico è differente e più complesso di una pratica espressiva perché il linguaggio artistico è fondante, e non occasionale o periferico. 

Questa differenza spesso può generare un problema culturale e di confusione intellettuale. 

Oppure di origine strumentale dove, in  sintesi, fa comodo così, per motivazioni da collegare alla fatica di fare ricerca seria e approfondita, alle ideologie, all’economia. 

La stessa cosa riguarda il mondo del counseling: quando non c’è una regolamentazione basata sulla conoscenza e sulle regole il rischio è la confusione. Ogni linguaggio ha in fondo le stesse problematiche. Una corretta formazione artistica richiede di aver acquisito esperienze in campo artistico sia di ordine teorico che pratico.

Nelle competenze che bisogna integrare  troviamo il “ saper “ avvicinarsi ai beni culturali andando oltre la competenza puramente nozionistica dell’arte. Come già detto, l’arte, è un linguaggio che va decodificato per poter essere usato. 

Come per il counseling, anche per l’arte è basilare partire dall’alfabetizzazione.Il rischio è di insegnare agli altri una lingua che neanche conosciamo. Ed è difficile filtrare questa mancanza di conoscenza. Il linguaggio visivo richiede di essere riconosciuto attraverso elementi storici, culturali, pedagogici, psicologici, antropologici, sociali e intellettuali. 

Come viene affrontato dalle altre discipline?
Non si può sapere nello specifico.

E’ che in quello che si vede, non si legge spesso  l’alfabeto appena descritto.

E’ come se in un incontro di counseling venissero non prese in considerazione le competenze di base quali: ascolto attivo , empatia, presenza. 

Che cosa ne sarebbe del colloquio?
Si potrebbe ancora chiamare colloquio di counseling?

Qui si tratta di comprendere cosa si sta facendo dando la giusta identità ai processi d’apprendimento. Le competenze acquisite di lettura del linguaggio visivo devono essere congiunte ad abilità specifiche in chiave relazionale.

Il formatore deve aver maturato una visione bifocale: da una parte essere a conoscenza del linguaggio visivo e del processo creativo sia in termini teorici che pratici e dall’altra  ( a partire dal linguaggio artistico o da una tematica relazionale) guidare gli apprendimenti, le attitudini personali, incanalare le riflessioni, favorire gli aspetti costruttivi e la coesione collettiva. 

In questa prospettiva il formatore agisce come un regista orientando l’intero processo attraverso una visione bifocale sia relazionale che creativa.L’azione e la pratica, artistica e relazionale, diventano parte integrante dell’apprendimento in un gioco di alternanze e di analogie.

In conclusione il problema si risolve “ superando gli stereotipi figurativi e  imparando a comprendere quello che si osserva conoscendo le immagini e la loro storia. Si risolve adottando dei criteri di base per le scelte didattiche che tengano in considerazione gli aspetti basilari del counseling e quelli del fare artistico. 

Si cerca di risolvere spiegando la differenza tra orientamenti, formazione e professione. 

Tra l’utilizzo della creatività in pisicoterapia, in arte terapia, nel counseling espressivo o art-counseling dove, la creatività stessa, viene generalmente modulata a seconda della formazione pregressa dei professionisti che la utilizzano. Si cerca di risolvere spiegando che la creatività ha diversi livelli di approfondimento.

Starà alla persona, dopo aver compreso, scegliere il livello di approfondimento più adatto alla propria professionalità o alla propria identità. L’aspetto basilare rimane: deontologicamente passare tutte le informazioni nel rispetto di ogni professionalità coinvolta e di una cultura artistica millenaria. 

Dott.ssa Stefania Como 
Direttrice scuola in counseling artistico di Torino – Centro Studi EducArte

 

Il Counseling Corporeo

4 Novembre 2022

Comunicazioni, News

Oggi parliamo del Counseling ad approccio corporeo secondo il metodo “Rio Abierto” (fiume aperto)
Ma ancor prima ti domando…
Che cos’è il Counseling?
Il Counseling è un insieme di abilità e tecniche per aiutare una persona ad “Aiutarsi”.

“Il compito del Counselor è quello di assistere il cliente nella ricerca del suo vero Sé ed aiutarlo a trovare il coraggio di essere quel Sé”
Rollo May

Spesso non pensiamo che sia possibile accedere al Sé attraverso il corpo perché siamo abituati a lavorare con la mente ed il pensiero, mentre il Sé abita anche nel corpo.

Ti faccio un esempio sotto forma di domanda
Ti è mai capitato di sentirti in pace dopo una corsa? O dopo un’attività fisica?
Bhè! Immagino di si giusto? Impossibile il contrario.

Siamo delle macchine composte da cellule, neuroni e da tante altre componenti che si attivano in base a ciò che facciamo. Lo sport è una di quelle attività che manda stimoli, che ci fa rilasciare endorfine, le quali ci faranno sentire bene e soddisfatti!

Ora…
Se già di per sé accade questo, immagina cosa succede se invece muovi il corpo con un metodo finalizzato alla fluidità.

Si perchè proprio nel tuo corpo sono racchiuse delle memorie e delle emozioni represse…e con alcuni movimenti specifici è possibile ancora di più stimolare uno scioglimento muscolare ed articolare e quindi riportare alla mente un ricordo importante oppure avere un Insight.

(L’Insight è quel momento chiave che ti permette di vedere la stessa cosa, un evento, una persona, con una luce diversa e ti fa cambiare prospettiva)
E’ un auto comprensione che sorge spontanea

E quindi…
Uno dei metodi che facilità questo flusso, questo processo, è appunto il sopra citato metodo “Rio Abierto”.

Il vantaggio di lavorare con il corpo è che non ci sono inganni della mente, l’informazione arriva pulita.
Magari con il tempo è possibile raccontarsi una storia diversa, andiamo a vedere realtà distorte, ed è proprio qui che entra in gioco la figura del Counselor.

Esso metterà in evidenza gli schemi comportamentali, le corazze, le abitudini che impediscono il contatto con il proprio Sé.
L’incontro con il Sé è l’incontro con la parte più vera di noi. E’ di fatto il trovare veramente chi sei, la tua centratura, ed avrai di conseguenza tutta un’altra prospettiva, sicurezza, presenza e capacità di affrontare tutte le cose della vita con una pace interiore.

Ogni giorno viviamo ed andiamo avanti e spesso, nella maggior parte dei casi il tempo scivola via e questa centratura che ho appena raccontato viene meno ma se interveniamo allora sì che riusciamo a posizionarci al centro del nostro mondo, ad essere veramente presenti.

A differenza di altre discipline che utilizzano esercizi specifici corporei, cioè un movimento prestabilito…
Il Counseling di Rio Abierto usa una tecnica consequenziale e fluida, cioè…

Mettiamo caso che iniziando a muovere il corpo in un determinato modo, possa arrivarmi un’emozione, che può essere la commozione o un senso di gioia.
Bene! Il Rio Abierto ci dice, continua a muovere il corpo, non ti fermare, lascia che tutto fluisca.
Questo farà si che lascerai cadere le corazze, gli schemi comportamentali.
Mi spiego meglio

Il più delle volte, le persone non lasciano trasparire le emozioni, questo perché siamo stati abituati così, siamo stati abituati a tenerle nascoste e questo è come se appunto avessimo tirato su una corazza, un filtro.E non tirando fuori le emozioni, in realtà, non potrai accedere ai livelli superiori di sentimenti, intuizioni, mentre nel movimento l’emozione sale e viene sentita, ascoltata. E’ come se attraversasse un percorso.

Si ci siamo! Falla scorrere, fagli fare tutto il percorso come se fosse un fiume in piena che poi sfocia in mare!

Quindi!
A differenza di diverse altre discipline che affrontano questa tematica del “movimento del corpo” in una maniera un po ‘ più strutturata, il Counseling, questo ramo del Counseling ti permetterà appunto che tutto fluisca come il corso di un fiume.

Il Counseling romperà delle meccanicità che sono presenti al tuo interno, all’interno di ognuno di noi!

Uno degli esercizi che faccio fare tramite il Rio Abierto è quello di far mettere le persone presenti alla lezione in cerchio e con sotto una base musicale composta da una scaletta che partirà da una musicalità più ritmica fino ad una più meditativa.

L’obiettivo dell’esercizio è quello di partire dal corpo fisico quindi la parte strutturale, muscolare del corpo, fino ad arrivare all’aspetto meditativo, contemplativo e di ascolto.

Quello che si evince facilmente è che le persone che magari arrivano all’incontro cariche di stress, stanche etc etc, sono coloro che tenderanno a star fuori dal cerchio, quindi fuori dal contatto di chi sti gli sta a destra e sinistra. Essi si metteranno un pochettino in avanti verso il centro del cerchio.

Ma con la pratica e gli esercizi del Rio Abierto, che mano a mano andremo a svolgere, noteremo che piano piano questo comportamento si andrà ad armonizzare e si vedrà che quelle medesime persone si posizioneranno sempre più in linea con il cerchio.

Questo è solo un esempio di uno dei molteplici esercizi ed è la prova che non si è centrati, che volenti o nolenti la Vita ci influenza ogni giorno.
Ritrovati! Ritrova il tuo vero te stesso.

Laura Nardini
Laureata in Scienze Politiche
Docente di Rio Abierto
Astrologa

 

Il Counseling è il Counseling…

28 Ottobre 2022

Comunicazioni, News

Oggi parliamo di counseling, perché sebbene il counseling sia entrato nell’uso comune, molti clienti lo confondono ancora con la psicoterapia e non c’è nulla di più sbagliato.

Per esempio, il counseling attraverso le costellazioni familiari è un metodo che scioglie i nodi profondi del cliente, senza minimamente indagare sulla sua vita, se non marginalmente.

Ti sarà capitato almeno una volta nella tua vita di mettere in campo tutto il possibile per risolvere qualcosa che non va? 
E nonostante tutti i tuoi sforzi e il tuo impegno, sei riuscito a superare questo ostacolo?

Per esempio: stai cercando di trovare un nuovo lavoro, meglio retribuito e di maggiore soddisfazione per te. Hai scritto, presentato curriculum, fatto colloqui e anche se ti sembra che siano andati bene, si verifica qualcosa che blocca il processo e rimani incastrato nella vecchia vita.

Sicuramente la psicoterapia potrebbe esserti di aiuto nell’individuare le tue resistenze interne e con queste ulteriori consapevolezze potresti aumentare ulteriormente i tuoi sforzi e forse migliorare parzialmente la tua situazione, ma ancora senza riuscire a raggiungere il tuo obiettivo.

Quindi con molta probabilità il tuo malessere e il tuo senso di fallimento aumenteranno fino a diventare, in alcuni casi, insostenibili. Quando le persone arrivano alle costellazioni familiari sono così: sfiduciate, avvilite, demotivate e spesso prive di speranza.

Quando inizio ad operare con le costellazioni familiari, immediatamente le persone colgono la possibilità di una nuova prospettiva e un immediato aumento della speranza di soluzione, perché a volte l’ostacolo lo abbiamo “ereditato” dai nostri genitori, oppure dai nostri avi, e solo ristabilendo l’equilibrio nel sistema e rimettendo ogni componente della famiglia al proprio posto e con le proprie responsabilità l’ostacolo si scioglie.

Il lavoro si svolge in gruppo e le persone che aiutano il cliente sono spesso degli sconosciuti, che interpretando i ruoli dei vari componenti della famiglia e muovendosi in silenzio, in uno spazio definito e contenuto dal counselor, evidenziano gli ostacoli e le resistenze.

L’intervento del counselor, suggerendo frasi e gesti rituali, conduce il gruppo a ricreare l’equilibrio e a far scorrere nuovamente l’amore, che è la vera forza dell’essere umano.

Nel momento in cui il problema si scioglie durante il lavoro, tutto il gruppo si sente liberato e sollevato e questo si ripercuote positivamente nei giorni e nelle settimane successive nella vita reale del cliente e di tutte le persone che hanno partecipato. Spesso dopo pochi giorni il problema è risolto!

Quindi, per tornare all’esempio precedente, posso riportare il caso reale, in cui un manager di alto livello e altamente qualificato, dopo aver perso il suo lavoro ben retribuito, a causa della chiusura dell’azienda per cui lavorava,ne ha cercato uno nuovo per ben 5 anni, senza riuscire.

Quando è arrivato da me era da quasi un anno in trattativa con una grande azienda italiana, ma per una serie di circostanze, apparentemente indipendenti da lui: cambio del direttore HR, cambio del CEO, sostituzione del direttore commerciale; la sua assunzione, che sembrava fatta, veniva rimandata di mese in mese.

Nella messa in scena decidemmo di scegliere un rappresentante per lui, uno per suo padre e uno per suo fratello. Grazie ai movimenti di questi rappresentanti nel “campo”, intuii una difficoltà del cliente a riconoscere il valore professionale di suo padre. 

Alla mia richiesta di chiarimenti su questo punto, il cliente dichiarò che il padre, ormai deceduto, aveva svolto per tutta la vita un lavoro umile e così anche il fratello. 

Il rappresentante del cliente, oltre a questo manifestò una difficoltà ad ammettere, di fronte al padre di aver una professione e una retribuzione (fin quando aveva lavorato), di gran lunga superiore ad entrambi i componenti della sua famiglia e per questo si sentiva in imbarazzo.

Come di prassi ho indotto i rappresentanti a ripetere le frasi rituali adatte alla situazione, ciononostante al termine del lavoro il cliente andò via insoddisfatto, convinto che non fosse quella la causa della sua difficoltà.
Con mia grande sorpresa tornò all’incontro del mese successivo per “testimoniare” il suo cambio di rotta. 
Cosa gli era accaduto? 

Dopo qualche giorno di riflessione, mentre faceva la doccia, si era reso conto che quello che aveva visto nella “messa in scena” corrispondeva al suo sentire più profondo, cosa di cui non aveva avuto il minimo sentore fino a quel momento; dopo questa “semplice” intuizione , tutto è cambiato: il giorno stesso ha ricevuto la telefonata chiave e nel giro di pochi giorni era stato assunto! 

Era venuto quindi a raccontarci il suo successo!

Questo caso è rimasto indimenticabile, per la sequenza rapida degli eventi, anche se nella mia carriera ci sono stati moltissimi altri casi altrettanto sorprendenti. 

Dopo tanti anni mi sento quindi di poter affermare che questo metodo è di certo una delle possibili chiavi che il counseling ha per aiutare le persone a superare gli ostacoli che la vita gli presenta.

Dott. In economia e commercio
Counselor SICo
Docente del metodo Rio Abierto
Facilitatrice in costellazioni familiari
Enrica Scambia

 

Ghiande, Querce e Counseling

10 Ottobre 2022

Comunicazioni, News

“Passione per la vita”,  “amore per la vita”, “biofilia”

Negli anni cinquanta Erich Fromm, sociologo e psicoterapeuta, descrive con queste parole la tendenza ad essere attratti da tutto ciò che è vivo e vitale.

Trent’anni dopo, Edward O. Wilson, biologo e naturalista,  rileva nell’essere umano la tendenza innata a concentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali; nel suo libro Biophilia descrive i legami che gli esseri umani cercano con gli altri organismi viventi.

Prima di E.Fromm e di E.O. Wilson, Carl R. Rogers scrisse di un principio attualizzante, una tendenza innata dell’essere umano a orientarsi selettivamente e in modo diretto verso il completamento e la realizzazione delle proprie potenzialità.

Come un seme che germoglia e, orientandosi tra le zolle, va alla ricerca della luce e dell’aria necessarie al proprio sviluppo, anche l’individuo ha bisogno di humus nutriente, di acqua, di aria e di raggi di sole: un ambiente accogliente e in grado di favorire la crescita attualizzante.

Tutto questo, in sintesi, è parte fondamentale dell’approccio chiamato Counseling, l’arte della relazione d’aiuto, del quale lo psicoterapeuta americano Carl Rasmus Rogers, è considerato genitore amorevole e fecondo.

“Una delle funzioni del Counseling, consiste nell’aiutare il cliente a trovare quella che Aristotele chiamava entelechia, l’unica forma, nella ghianda, che la destina a essere quercia”.   Rollo May

Anche per Rollo May, psicoterapeuta e fondatore insieme a Carl R. Rogers e Abraham Maslow, della Psicologia Umanistico Esistenziale, l’aspetto di biofilia ha un ruolo chiave nel percorso di consapevolezza e crescita interiore possibile grazie al Counseling.

Rogers, May, Maslow  individuarono nel bisogno di crescita e di affermazione, le principali spinte di ogni comportamento umano e nel senso di autostima il presupposto fondamentale dell’equilibrio personale; misero inoltre a fuoco l’importanza delle dinamiche emozionali, cioè del sentire, quella che qualche decennio dopo fu chiamata Intelligenza Emotiva, come caratteristiche significative per un’esistenza umana piena e vitale. Molta influenza la ebbe, inoltre, il pensiero del filosofo Ralph Waldo Emerson.

Coltivi fiori o piante, sul tuo terrazzo o nel giardino?
Se comperi bulbi di tulipani, sono quei fiori che ti aspetti di veder crescere, non le rose.

 Forse noi esseri umani, nella nostra complessità e ricchezza, abbiamo un intero negozio di sementi nel profondo della nostra interiorità, possibilità di svilupparci e di fiorire in modi diversi.
C’è una fioritura migliore di un’altra?

L’entelechia Aristotelica si basa sulla tensione di un organismo a realizzare se stesso, attraverso la consapevolezza, l’espressione, la realizzazione del proprio se profondo e unico. La risposta a C’è una fioritura migliore di un’altra? sta nella soddisfazione, o nell’insoddisfazione, percepita nel processo di realizzazione di se stessi.

Dalle metafore e dalle teorie fino alla vita concreta. Quante, tra le persone che conosci, compresa/o te stessa/o, parenti, amici, conoscenti, si dicono soddisfatti di se stessi, della vita che conducono, delle relazioni che hanno, dei risultati che ottengono?

Alcuni, non molti, questo è un fatto. E’ più frequente l’insoddisfazione, la frustrazione, a volte anche la sofferenza, per le proprie esistenze che scorrono, giorno dopo giorno, con una vaga percezione di qualche cosa di più soddisfacente possibile e la difficoltà, o l’impossibilità, di manifestarlo, di fare scelte che lo rendano possibile.

La spinta interiore del “seme” autentico preme, cerca la strada per uscire alla luce, ma a volte questo potenziale è ostacolato da innumerevoli fattori educativi, culturali, sociali, che coinvolgono pensieri, emozioni, azioni/scelte. 

Siamo vittime di tutto questo? Siamo esseri umani che fanno ciò che possono e che hanno bisogno di sicurezze, anche illusorie, quindi tendiamo ad adeguarci e ne paghiamo il prezzo.

Entelechiaen + telos, che in greco significano dentro e scopo, quindi una finalità interiore.

Bisogna scendere dalla testa, non rispondere sempre e solo al “canto delle sirene” della mente, e incamminarsi nel profondo di se, per avvicinarsi al proprio “seme” autentico, alle risorse per nutrirlo e aprire la strada affinché possa venire alla luce.

Dov’è quel luogo profondo, dove cercare, come farlo?

E’ necessaria l’analisi, la psicoterapia, l’indagine dettagliata sulla propria biografia?
Serve capire perché, cos’è successo, quali relazioni primarie hanno condizionato, quali traumi hanno impedito al principio attualizzante di avere la sua naturale espressione?

Howard Gardner, psicologo americano, ha aperto l’affascinante visione dell’essere umano dotato non di una ma di una molteplicità d’intelligenze; ne definisce molte: logico-matematica, linguistica, spaziale, musicale, cinestesica, interpersonale, intrapersonale, naturalistica, esistenziale, sintetica, creativa, etica.

Se non bastassero le risorse evidenziate dalla prospettiva di Gardner, si aggiunge anche altro al paniere delle possibilità: a John Mayer psicologo statunitense, Peter Salovay psicologo sociale statunitense, Daniel Goleman, psicologo statunitense, dobbiamo i principi dell’Intelligenza Emotiva.

Eugene T. Gendlin, psicoterapeuta americano, ha lavorato a lungo proprio con Carl R. Rogers sull’importanza dell’orientamento dell’attenzione al sentire, nei percorsi di consapevolezza. Le Neuroscienze consentono un’ulteriore ampiezza di visione e di opportunità, offrendo pragmatismo a molte teorie, grazie alla ricerca scientifica, e radicando le pratiche funzionali nella concretezza del corpo.

Questa è la via, e il territorio stesso, del viaggio nel profondo: il corpo. Un mondo complesso e creativo da esplorare non per capire ma per conoscere e conoscersi, con un se radicato nel sentire, oltre che nel pensare, con attitudine curiosa e gentile, con strumenti pratici per orientarsi e gestire, per lasciare spazio ai naturali meccanismi di costante cambiamento propri dell’impermanenza della Vita.

Il Counseling, l’approccio di accompagnamento alla scoperta delle risorse interiori dell’individuo, affinché siano al servizio della realizzazione di se, non si occupa di problemi, né di situazioni problematiche, né tanto meno di disturbi o di malattie, tutto questo è di competenza di altre professioni.

Nel Counseling, con il Counseling, ci si occupa delle persone, con ascolto profondo, accoglienza, empatia e comprensione; ci si prende cura del modo di stare in relazione e della qualità del comunicare, con competenza e con rispetto.

Si creano condizioni e interazioni che favoriscano l’espressione del principio attualizzante, dando fiducia all’Anima Mundi, la spinta vitale dei singoli organismi uniti in un solo organismo vivente, l’Anima Universale, nella quale l’entelechia entra in contatto autentico e manifesta la sua finalità interiore.

Un’esperienza intima, quella di essere a fianco delle persone che scelgono questa via, che si mettono in gioco, che attingono al proprio Coraggio. Essere Counselor richiede vocazione, aver incontrato a propria volta il proprio daimon, averlo riconosciuto, accolto, ascoltato e onorato.

Quarant’anni fa, in Italia, il Counseling era pressoché sconosciuto, mentre negli USA e in altri paesi di cultura anglosassone era diffuso già da decenni; tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta è iniziata la diffusione anche nel nostro paese, S.I.Co. Società Italiana di Counseling nacque proprio in quel periodo.

All’arrivo del nuovo millennio, nel mondo e in Italia, iniziano a manifestarsi i primi effetti delle varie crisi economiche che si sono susseguite e che non sono ancora finite. Da qui ebbe inizio gradatamente un fenomeno ben visibile alla scuole di Counseling pioniere che, come Insight, allora esistevano già da due decenni: il bisogno di un’occupazione professionale alternativa in un mondo del lavoro che continuava ad attraversare difficoltà, unito, alcune volte, al daimon che spingeva verso un’espressione professionale più umana e umanistica, fece da propulsore alla maggior diffusione dell’approccio di Carl R. Rogers anche in Italia.

Fiorirono scuole, si formarono professionisti, nacquero altri enti di categoria, in un mondo nel quale, per svariati motivi, i livelli di stress e il bisogno di ben-essere emotivo diventavano sempre più elevati.

Fino ad arrivare alla pandemia Covid-19, alle problematiche di distanziamento, d’incertezza, di disorientamento e di comunicazione. In tutto questo “L’ARTE della Relazione d’Aiuto” si pone come possibilità con un alto potenziale di intervento funzionale, quando i professionisti di Counseling hanno chiare le loro competenze e il modus operandi, cioè non voler essere psicologi o psicoterapeuti senza avere una formazione specifica in quei campi, per esempio, e neppure voler essere guaritori. E’ compito delle scuole e dei docenti fornire informazioni e modelli chiari a questo proposito.

Entelechia, daimon, vocazione, parole chiave che aprono agli aspetti del mondo umanistico nel quale il Counseling affonda le sue radici

La consapevolezza della posizione privilegiata dell’uomo nel mondo della natura, egli é artefice del proprio cammino, ricerca l‘equilibrio fra istinto e ragione,  promuove armonia e bellezza, allarga con la ricerca e la formazione i propri orizzonti perché una conoscenza ampia e profonda favorisce Sapere, Saper fare, Essere.

Qualunque fiore tu sia,
 quando verrà il tuo tempo, sboccerai.
 Prima di allora, una lunga e fredda
 notte potrà passare. Anche dai sogni
 della notte trarrai forza e nutrimento.
 Perciò sii paziente verso quanto ti accade
 e curati e amati, senza paragonarti
 a voler essere un altro fiore, non esiste fiore migliore
 di quello che s’apre nella pienezza
 di ciò che è. E quando ciò avverrà,
 potrai scoprire che andavi sognando
 di essere un fiore che aveva da fiorire.
Daisaku Ikeda

Di Milena Screm, Counselor Supervisor Trainer
Presidente della scuola Insight di Milano

 

IO E TE? CONTATTO

2 Ottobre 2022

Comunicazioni, News

Ti è mai capitato di mettere in discussione un rapporto d’amore o d’amicizia per delle differenze incolmabili, perché tu la pensi in un modo e l’altro in un’altra?
Ti è mai successo di essere in un gruppo che comunque condivide una tua idea e la pensa come te ma di sentirti essenzialmente solo?

Ti domando questo perchè una cosa che sto constatando, parlandone anche con i miei colleghi, e che vedo nei clienti che incontro nelle sedute di Counseling o negli allievi che formiamo al counseling presso la nostra scuola, è che nella società odierna sembra esserci una grande problematica in questo momento e cioè  quella di schierarci tra il “noi e il voi” o “l’io ed il tu” e sempre con delle linee di separazioni molto forti, o è bianco o è nero, o dentro o fuori.

Quello che si evince è che sembrerebbe  impossibile stare con le differenze. Con estrema chiarezza lo abbiamo constatato durante questi anni di Covid, dove l’esser costretti a restare a stretto contatto e fermi a casa, ha messo in discussione i rapporti, li ha fatti vacillare o addirittura finire.

L’abbiamo riscontrato anche su altre questioni come l’emigrazione, ed a oggi a questioni legate alla guerra, dove la riflessione non è una riflessione più ampia sulla guerra e su ciò che accade, ma chi abbia ragione sulla guerra per schierarsi da una parte o dall’altra!

Anche i social e i programmi televisivi sembra cavalchino l’onda del “o con o contro” ma questo non è uno dialogo rispetto alle diversità piuttosto un “dobbiamo avere le stesse idee”.

Ed in questo “IO o TE?” c’è tutto dentro, c’è il te inteso come partner, come gruppo, come società se lo espandiamo ancor di più, e c’è il te inteso come l’ambiente che ci circonda e del quale per forza di cose siamo parte.

Insomma sembrerebbe emergere in tutta la sua forza la società dell’individualismo, fatto di competizione e di mero uso dell’ambiente.

Questo però spesso comporta un malessere diffuso: senso di solitudine, tristezza, vissuti di impotenza e di inadeguatezza, ovvero iniziamo a pensare di non aver nessun potere per relazionarci con l’ambiente. Le alternative diventano: o siamo ricchi e famosi, i primi, o altrimenti ci sentiamo inadeguati, crediamo di non poter trasformare l’ambiente e sperimentiamo vissuti legati al subire.

Quando questo subire comincia ad esser troppo, può accadere che alterniamo momenti di aggressività, di violenza verbale, esplosione di rabbia e ansia. Fino alle situazioni più estreme di isolamento. 

L’ essere umano non è fatto per isolarsi, l’essere umano è un essere relazionale!

Diversi saperi e teorie, seppur importanti e che sono il risultato culturale di un modo di guardare i problemi, tipo la scienza e tutte le sue declinazioni e i saperi che ha prodotto, esempio la medicina etc etc, ci hanno insegnato a guardare ai fenomeni in modo oggettivo, ovvero:

c’è il soggetto e poi il fuori che è qualcosa di oggettivo. Quindi iniziamo a pensare che siamo noi il problema, oppure che il problema è l’altro, il fuori. 

Negli ultimi due secoli la cultura occidentale – quella dominante – ha “perso di vista” la natura relazionale e intersoggettiva dell’essere umano. Per semplificare…

“ se mi considero io il problema, ignoro il contesto in cui mi trovo o l’ambiente in cui vivo; oppure viceversa se considero che siano gli altri il problema, nego la mia responsabilità intesa come capacità di scegliere.”

Mi spiego meglio…

Quando ad esempio ci sono dei problemi psichiatrici, ovviamente si chiede l’intervento di uno psichiatra ma molte altre volte si richiede l’intervento psichiatrico per eventi tipo l’ansia.

L’ ansia fa parte di quelle emozioni che danno tutta una serie di sintomi fisici che se esplorate e conosciute si possono gestire diversamente, e in una certa misura l’ansia è funzionale all’individuo.

Oppure pensiamo alla nostra società, la nostra società è paradossale. C’è chi non lavora e c’è chi lavora 12h al giorno e di quelli che lavorano 12h al giorno al di là della professione che svolgono, mediamente sono pressati da incombenze, procedure, protocolli cioè da una serie di questioni burocratiche alle quali devono adempiere, che significa? 

Che la nostra società sostiene fenomeni come l’ansia (siamo sempre di corsa) e quindi forse quell’ansia lì va esplorata di più in riferimento al proprio ambiente piuttosto che avere un approccio come quello del risolverla attraverso l’ansiolitico, che per carità va benissimo, quella è una possibilità ma non è l’unica possibilità! 

Ora! Se prendiamo in considerazione queste tematiche con il Counseling, ci renderemo conto che si aprono diversi scenari.

“Il Counseling è una grossa opportunità.”

In che senso?

Nel senso che l’approccio che il counseling ha è un approccio multidisciplinare, ovvero è un intervento che prende in considerazione diverse discipline. Ha uno sguardo aperto e curioso, utilizza diverse lenti per incontrare i propri clienti, a partire dal lavoro di consapevolezza e di profondo ascolto che il counselor ha imparato a fare su di sé e che continua a fare anche da professionista. 

Esistono poi diverse scuole che formano in Counseling che utilizzano diverse tecniche e metodi che spaziano fra quelle artistiche, filosofiche, a quelle più legate al corpo o alle meditazioni etc..

Un orientamento – che in realtà è più un modo di vivere – che ti vorrei menzionare è “l’Approccio della Gestalt”.

La Gestalt ha una sua radice filosofica fenomenologica esistenziale, ed il suo approccio è quello di facilitare la consapelvolezza degli individui sostenendoli a definire le proprie esperienze ed a ricercare in modo creativo le soluzioni.

Come?

Attraverso la dimensione temporale che è quella del qui e ora e sul modo in cui il cliente si relaziona con il counselor, cioè come co-costruiamo insieme l’esperienza, a partire dal problema preso in considerazione. La Gestalt lavora sul ciclo di contatto, mettendo in luce come l’individuo vive l’esperienza e soprattutto come la co-costruisce.

Vuol dire che la Gestalt pensa che ogni individuo ha il potere di influenzare l’ambiente e di essere influenzato dallo stesso. Ogni individuo può essere compreso solo all’interno del suo ambiente.

“Meno fiducia abbiamo in noi stessi, meno siamo in contatto con noi stessi e con il mondo, e più vogliamo controllare”
F.Perls
(La terapia Gestaltica, parola per parola)

Ognuno di noi influenza l’ambiente ed è influenzato dallo stesso, per esempio se ti metti a piangere in una stanza con altre persone, le medesime persone cominceranno a guardarti, ciò sta a significare che stai influenzando l’ambiente e l’ambiente sta reagendo e la situazione inizierà a modificarsi.

Bene! Il Counselor si presta a questo, a fare un lavoro insieme al cliente appunto perché diventi consapevole di come si muove verso l’ambiente e di come si fa influenzare. 

Attraverso che cosa?

Attraverso l’esplorazione dell’intero della persona, perché una persona non ha un corpo, ma è corpo. E quindi, quando parliamo di qualcosa, se comincio a mordicchiarmi una pellicina cosa mi sta succedendo? Le mie parole sono in contatto con il mio corpo oppure no? Quello che mi sta accadendo in che modo riguarda anche chi ho di fronte, in questo caso il counselor?

A volte noi diciamo delle cose ma il nostro corpo è come se ne esprimesse altre. Quindi andare ad esplorare questa dimensione corporea permette alla persona di essere maggiormente consapevole e così anche per quanto riguarda le emozioni che hanno sede nel corpo, i pensieri e le sensazioni. 

Sono tutti elementi che funzionano in un modo correlato, perché noi siamo un insieme e siamo sempre collegati all’ambiente. Noi siamo parte di quell’ambiente!

Perciò tornando al titolo “Io o Te? Il Te è inteso come l’ambiente, come ciò che ci circonda ed è al di fuori di noi stessi, ma di cui ne siamo parte! In questo senso possiamo quindi scoprire che non c’è una separazione, non può esistere.

PRATICA

Fra gli esempi da poter metter in pratica e sperimentare quanto sopra citato troviamo “l’iniziare a sentirsi” cioè prendersi un po’ di tempo per ascoltarsi, senza giudizio, come stai respirando? Se hai un respiro lento, affannato , se hai un respiro che arriva fino alla pancia, se quando espiri riesci a mandare fuori tanta aria o se l’aria è trattenuta, come se ne avessi poca.

Il respiro è il primo e più evidente contatto con l’ambiente: l’aria è fuori, la faccio entrare dalle narici e poi attraverso l’espirazione esce da me con parti di me. Questo processo di scambio che è la respirazione, è spontaneo, fisiologico. Poi in base alle esperienze che viviamo si modifica.

Un altro esempio che utilizziamo nella nostra scuola con gli allievi, è durante la formazione di counseling. Alcuni week-end sono residenziali, al fine di sostenere la vita comunitaria e le difficoltà che questa può fare emergere. Il rimando che diamo agli allievi è di prendersi cura del luogo, cucinare, pulire etc..questo rimando viene offerto non certo per una questione di rispetto o di buona educazione, quanto piuttosto per sostenere il contatto con l’ambiente.

Per fare esperienza che nel momento in cui mi prendo cura dell’ambiente  sto già prendendomi cura di me, in quanto io sono parte di esso!

Dr.ssa Nicole Bosco
Presidente e Direttrice didattica della Scuola Gestalt di Torino Counseling

 

La felicità come vitale realizzazione di sé

13 Settembre 2022

Comunicazioni, News

Oggi parliamo di Felicità

La parola felicità è stata molto abusata e lo è soprattutto oggi che la si vuole trovare a buon mercato. La formula  americana di felicità come Happiness, frutto di un certo “pensiero positivo” su cui si è prodotto molto business, nasce da una operazione di marketing  e quindi segue le leggi del mercato.

Più seriamente si pone quel movimento di pensiero economico, che seguendo le indicazioni di alcune Costituzioni a partire dal preambolo della Costituzione francese de 1791, invece di perseguire il PIL (prodotto interno lordo)  cerca di realizzare il FIL (Felicità Interna Lorda), mette la felicità tra i parametri della produttività di un paese, qualcuno lo chiama anche BIL (benessere interno lordo). 

 

In questo contesto (sito-SICo) vorrei  parlare di FIL, nel senso della “felicità interiore lorda”, che il Counseling e il Counseling filosofico più che la psicologia può assicurare. 

Metis, la scuola di Counseling filosofico che ho fondato, accreditata SICO, ha fin dall’origine orientato la propria attività  soprattutto verso la ricerca di pratiche sempre più efficaci  per la felicità  come realizzazione piena dell’esistenza.

 

Molte sono e sono state le definizioni della felicità, anche agli antipodi, che si sono susseguite nel corso della storia della filosofia: si pensi allo Stoicismo e all’Epicureismo che rappresentano due modelli opposti per perseguire la felicità. Per quanto mi riguarda fare  del “vivere” una esistenza sensata è  l’essenza della felicità.

Questo è molto vicino al significato che i Greci ma soprattutto la più grande etica dell’antichità, ossia l’Etica nicomachea, ha dato alla parola felicità o eudaimonia.

L’etimologia dalla parola eudaimonia deriva dal greco eu ‘buono’ e daimon ‘demone’. E’ felice chi possiede un buon demone ossia una buona inclinazione nel perseguire il suo perfezionamento. L’eudaimonia non è la semplice felicità.

È la felicità intesa come scopo della vita, e come  ispirazione  seconda cui  orientare la propria condotta, perciò diventa fondamento dell’Etica. 

In una interessante intervista  Luce Irigaray, che è la fondatrice del pensiero della Differenza (le filosofe contemporanee  più che dei filosofi si sono interessate di felicità e di benessere), afferma: «La felicità è molto presente nel mio lavoro.

Ma giungere alla felicità non è facile. Non parlo di acquisto di oggetti e consumo. Ma alla gioia di divenire se stessi, lo sbocciare della persona.  Questa felicità corrisponde ad un dovere personale, ma anche a un dovere politico occuparsi dell’”essere” delle persone».

La frase potrebbe costituire un Manifesto sulla felicità, perché esprime una concezione della felicità come ben-essere che non si esaurisce nell’essere, ma mette insieme essere e divenire.

Il compito del counseling filsofico è proprio quello di combattere il mal-essere per il ben-essere,  cosa che implica la realizzazione di una dimensione felice. Parlo di “dimensione”, quindi di un qualcosa che si protragga nel tempo, che non si esaurisca in un istante sia pure felice, uno raggiungimento di uno stato mentale emozionale e corporeo del proprio Sé, che consenta ad ogni individuo di realizzarsi pienamente e d’interagire positivamente anche contro gli imprevisti, i  colpi del destino, le conseguenze delle proprie scelte che l’esperienza di una vita pienamente vissuta  gli riserva. Per Irigaray la felicità non è il soddisfacimento del piacere, ma la ricerca del Sé e della pienezza di Sé. Questa ricerca si attua nel presente ma anche nel trascendere  i limiti del nostro  io, per accedere  alla dimensione più profonda del  Sé.  

La felicità ha a che fare con l’essere ma l’essere non è un essere statico perché s’identifica in parte con il movimento del desiderio come realizzazione del proprio demone, buon (eu) demone(daimon).

Fin quando siamo sul campo delle definizioni tutto torna, ma è sul piano delle nostre emozioni e dei nostri  reali comportamenti quotidiani che nasce il problema.

Avete mai avvertito mentre vi sentivate al colmo della felicità una sensazione negativa, un tremore dell’anima molto somigliante alla paura?

Ho infatti costatato, non solo personalmente, ma nel dialogo con persone che si sono affidate a me per loro problematiche, che mentre lo scopo di essere felici è prioritario su qualsiasi altro scopo, quando arriva il momento di essere felici  non si riesce a viverlo pienamente. C’è una vera incapacità a vivere la felicità. Pensiamo subito che chissà quanti altri disagi dobbiamo pagare per compensare questi attimi felici. 

Dove nasce la paura di essere felici? Nasce secondo me ,come molti altri nostri problemi, dalla cultura che ci viene inculcata fin dalla nascita, che determina la nostra scala valoriale e di giudizio, e permea la nostra sfera emotiva e comportamentale. La cultura del ‘900 che si protrae fino ai nostri  giorni è intrisa di pessimismo e nichilismo, dovuto agli eventi catastrofici che l’ hanno segnata, ma anche a teorie filosofiche psicologiche e, perché  no, psicoanalitiche “pessimiste”. Freud è stato un grande perché ha scoperto l’inconscio, ma questo inconscio è pieno di demoni negativi, la sua visione della società è negativa. Lo dice il titolo stesso della sua maggior opera Il disagio della civiltà, un disagio che nessuna pratica  psicoanalitica può dissolvere, perché può solo farci scegliere se dobbiamo adeguarci, arrenderci alle dinamiche della società o vogliamo starcene fuori, pagandone però il prezzo con la Follia. Ma è soprattutto la  definizione che Freud dà di felicità come pausa dal dolore, che è penetrata  nella cultura in generale, che ci fa vivere male gli attimi di felicità, dal momento che questa è intimamente connessa al dolore, essendo per definizione, solo una sua pausa.

La paura di essere felici è di ostacolo ad ogni percorso di consapevolezza, rimuovere   questa paura è il primo lavoro che un Counselor deve proporsi e ne ha tutte le capacità per farlo, perché il counseling è lo strumento più efficace per attivare nel “cliente” le sue risorse positive.

Carl Rogers, infatti,  il padre  del counseling, sosteneva a differenza di Freud che le persone non sono in preda ad istinti irrazionali  e inconciliabili (Eros e Thanatos) ma  hanno in sé le  risorse per  autodeterminare il proprio comportamento e per migliorarlo. Tale processo è stato definito da Rogers come tendenza attualizzante  seguendo la quale le persone sane sono aperte mentalmente verso nuove esperienze, vivono liberamente ogni momento e sono in grado di perseguire i propri desideri e finalità.

Rogers dando  questa visione di fondo  alla sua pratica psicoterapeuta ha anticipato il counseling. Il counseling, infatti, è una pratica per persone sane, che hanno perso momentaneamente il proprio orientamento, senso della vita e consapevolezza di sé,  e che ricorrono ad un counselor per riacquistarle.

Rogers ideò un modello terapeutico definito terapia centrata sul cliente, secondo tale approccio non sono le pulsioni istintuali a motivare il soggetto, ma il bisogno di consapevolezza, perfezionamento e autorealizzazione, ossia l’eudamonia.  Lo scopo della  Cura dunque è quello di consentire alla tendenza attualizzante di agire liberamente, eliminando gli ostacoli che impediscono l’autorealizzazione della persona.

L’individuo possiede in se stesso le potenzialità necessarie per guarire e per questo è il principale attore del suo percorso terapeutico. Per queste ragioni, la psicoterapia rogersiana si definisce “centrata sul cliente” o meglio “sulla persona”.

Il counseling filosofico di Metis  è molto affine a quello rogersiano perché usa il Dialogo socratico  come “leva” per  recuperare  energie positive interiori. Con la sua Maieutica  il dialogo socratico agisce come una levatrice (ricordate che la madre di Socrate era una levatrice?),  aiuta le persone a “partorire”, a trarre fuori  dal profondo se’ le risorse  per attuare quel cambiamento   che le porterà a superar gli ostacoli che interferiscono con il perfezionamento e la realizzazione di sé.

 

A differenza di alcuni miei colleghi io non ho denominato il Corso di Metis: Corso di pratiche filosofiche, perché sono le tecniche del counseling più che generici esercizi filosofici, a darci la possibilità di far leva sulle energie positive del cliente, secondo quanto ci ha insegnato Rogers a cui si ispira  il counseling modello SICO.

Oggi ci dà  ragione  il titolo della sezione,  a cui sono stata invitata a presiedere, del 25° Congresso mondiale della filosofia, che si terrà a Roma tra due anni, che si intitola “Philosophical counseling and practices”. C’è nel titolo prima di pratiche la parola Counseling.

Già docente di Filosofia e Bioetica (Uni. Federico II-Napoli). Fondatrice della scuola di Counseling  filosofico Metis

Giovanna Borrello

 

PAROLE CONSAPEVOLI NELLA DANZA DELLA VITA

22 Agosto 2022

Comunicazioni, News

Il counseling è una professione che prevalentemente usa la parola e in parallelo il corpo, prendendo la sua intrinseca forza dall’uso consapevole di questi “strumenti”.

Tre parole possono favorire l’apertura del nostro sguardo a ciò che essenzialmente ci caratterizza come esseri
umani e, contemporaneamente, sono base fondante della relazione di counseling:
Accoglienza, Equilibrio e Gentilezza.

L’Accoglienza, il cui significato può essere letto come il ricevere qualcuno o qualcosa, ma anche accettare,(Etimologia: dal latino accolligere, da colligere cogliere, raccogliere; a sua volta questo è composto da co-insieme e lègere raccogliere) è il primo atto di una relazione tra pari. Non c’è chi sa e chi deve imparare inquesto incontro.

Ci si apre alle infinite possibilità di uno scambio che coinvolge appieno le due persone chein seguito saranno entrambe diverse, arricchite dei nuovi singoli significati. L’Accoglienza è quindi un’apertura
che permette di raccogliere insieme. Chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l’altro diventando un tutt’uno con lui, in uno scambio reciproco che procede come una danza.

Parlando di Equilibrio (Etimologia: dal latino aequilibrium, composto di aequi- ‘uguale’ e libra ‘bilancia’) la
prima immagine che mi sorge è quella di un dipinto di Guariento di Arpo (1310-1370) e in particolare i suoi
angeli nell’atto di pesare le anime con una bilancia. Nell’antica religione egizia era prassi compiere una
cerimonia, Psicostasia (più comunemente detta pesatura del cuore o dell’anima), a cui veniva sottoposto il
defunto prima di poter accedere all’aldilà. In tempi odierni il termine equilibrio viene associato
principalmente ad uno stato fisico a cui tendere, a forze contrapposte in continuo movimento.

Quello che siamo chiamati a vivere si confronta, quindi, in questo andirivieni che ha a che fare con la nostra fisicità, materialità, ma anche, o soprattutto, con la parte più profonda di noi, l’anima. Anche questo movimento può ricordare una danza che, quando arriva ad essere armonioso, diventa il nostro personale ed unico capolavoro nell’arte di vivere.

Quale sarà allora il giusto equilibrio che ci porta ad una vita piena? Mi viene in mente una definizione che ho preso da una cara amica, che peraltro può essere applicata anche in altri ambiti: “q.b.”, ossia il famoso quanto basta utilizzato in cucina. Il q.b. personale, dato che non esiste un q.b. universale con la giusta misura che si adatti perfettamente a tutti, sarà quello che in questo andirivieni fisico, mentale ed emotivo che è la vita, pur subendo queste forze, permette di restare padroni di sé e di non essere ostaggio delle emozioni inconsapevoli che ci abitano. Il q.b. ottimale sarà quello che consente di rimanere in movimento e, quindi, consapevolmente vivi perché il cambiamento è vita e, nello stesso tempo, armonizza il nostro procedere, senza scatti o posizioni troppo estreme.

Infine, tentiamo di definire la Gentilezza (Etimologia nella prima accezione, traduzione del greco: ethnikos,
da ethnos razza, gente – che nell’antico testamento è usato per indicare il popolo pagano non ebreo; nella
seconda dal latino: gentilis della stessa famiglia, da gens formazione famigliare allargata, da gignere generare – intendendo i generati da un medesimo mitico capostipite).

Guardando all’etimologia latina, viene spontaneo chiedersi: che cos’era una “gens” nell’antica Roma? Si trattava di una formazione sociale sovrafamiliare patrizia – un po’ come se fosse una famiglia nobile allargata, un clan a cui appartengono molte famiglie. Gli appartenenti alla stessa gens avevano dei reciproci doveri di assistenza e difesa, oltre che il diritto di successione ereditaria in mancanza di parenti prossimi, e condividevano i luoghi di sepoltura.

Così l’essere “gentili” implicava un comportamento più fraterno rispetto a quello tenuto con estranei di altre gentes. Le neuroscienze hanno poi dimostrato che chi pratica la gentilezza, ne è oggetto o osserva atti di gentilezza tra altre persone, ne trae un immediato beneficio anche a livello fisico in quanto innesca delle risposte biochimiche capaci di promuovere la salute. La Gentilezza è, quindi, ciò che permette il fluire nelle vicende della vita con maggiore facilità, felicità, salute e grazia e non un puro dovere socialmente utile e condiviso.

Accogliere, cercare e mantenere nel movimento della vita il proprio Equilibrio, facendolo con Gentilezza, non perché siamo buoni, ma perché ne abbiamo capito la valenza e l’efficacia.

Ecco che la consapevolezza che possiamo raggiungere nel confronto e nella co-costruzione di nuovi significati, propri del counseling, spalanca la porta attraverso la quale possono transitare non solo i momenti difficili e/o dolorosi, ma anche le vicende della nostra esistenza che mano a mano creano un senso eccitante, creativo ed entusiasmante ai nostri giorni.

La scelta ad ognuno di noi!!

Anna Mason – Referente S.I.Co. Regione Veneto

 

L’ASSERTIVITA’

9 Agosto 2022

Comunicazioni, News

 

assertività

’̀.

Perchè mi rendo conto che l’assertività è un modo di esprimersi non sufficientemente presente e coltivato nelle persone. Normalmente quando siamo in relazione gli uni con gli altri è estremamente frequente che ci si trovi in una modalità passiva/aggressiva: o si asseconda il nostro interlocutore oppure lo si aggredisce senza, in ogni caso, esplicitare i nostri pensieri e stati d’animo…

Vorrei evidenziare questa situazione di non assertività, quasi all’ordine del giorno, domandandoti:

Ti è mai capitato di riflettere su cos’è l’assertività?

O cosa significhi effettivamente essere assertivi?

Riesci a dire di no? Cito:

“L’assertività è quella peculiare capacità comunicativa che consente alle persone di far valere i propri punti di vista, bisogni ed esigenze nel pieno rispetto delle esigenze e dei diritti altrui.”

LINK GOOGLE

E ti faccio un esempio. Prova a osservarti quando, per non deludere una persona a te vicina, come il datore di lavoro o magari il tuo compagno/a, ti fai carico di situazioni e dinamiche insostenibili.

Bene! Sai cosa accade quando dici Si mentre in realtà sarebbe un NO? Accade che in realtà stai dicendo di NO alla tua vita, a te stesso. A quello che ami fare, al raggiungimento dei tuoi obiettivi, perché è normale che se spendi tutte le tue energie e ti concentri su altro, poi non avrai sufficiente carburante da dedicare a te stesso!

assertivitàOgni qual volta non riesci ad essere Assertivo, perdi di vista quello che è significativo ed importante per te.

Quando sei Assertivo, sei in contatto con i tuoi sentimenti, i tuoi stati d’animo, i tuoi pensieri. Mentre se non sei Assertivo potresti porti nei confronti “dell’altro” in modalità passiva ed apparentemente accettare quello che ti viene detto, oppure al contrario potresti essere aggressivo, prevaricatore ma in ambo i casi ti sbilancerai verso l’esterno, perdendo il tuo centro!

L’esperimento di Pavlov: Associando per un certo numero di volte la presentazione di carne ad un cane con un suono di campanello, alla fine il solo suono del campanello determinerà la salivazione nel cane. La salivazione è perciò indotta nel cane da un riflesso condizionato provocato artificialmente.

Perchè ti ho citato Pavlov? Perchè quando non si è assertivi e l’altro ci pone davanti ad una sollecitazione come il campanellino di Pavlov, la tua risposta non sarà una risposta centrata sul tuo sentire, sui tuoi pensieri ma sarà reattiva rispetto allo stimolo che tu hai ricevuto.

Quindi essere assertivi ti permette di avere maggiore consapevolezza di chi sei, di cosa vuoi e di comunicarlo all’esterno perché sarai focalizzato su di te!

L’Assertività è un modo di essere, che ti pone in maniera equilibrata nella relazione con te stesso e con l’altro. Avendo consapevolezza dei tuoi desideri e i tuoi bisogni, li riuscirai a comunicare all’altro senza creare debito; diversamente, quando c’è una richiesta che proviene da terzi e tu non sei d’accordo, se non sei ben saldo sui tuoi piedi, rischi di vacillare.

Normalmente, tutte le volte in cui non si riesce ad essere assertivi e si tende a perdere il baricentro, è perché spesso sono presenti, celate, una serie di convinzioni depotenzianti e limitanti.

Quello che senz’altro dovrai fare e che tramite il Counseling impeccabilmente otterrai, è prendere consapevolezza, tirare fuori queste convinzioni, osservarle per vedere come lavorano dentro di te e tracciare la strada da perseguire per il cambiamento.

Si lavorerà principalmente sul comportamento poiché è la parte più osservabile e dunque modificabile al fine di un maggior benessere verso se stessi e gli altri.

Possiamo ad esempio usare la tecnica del “Disco rotto” e cioè essere persistenti in modo rispettoso verso gli altri: continuare e continuare ancora nel dire ciò che desideriamo all’altro senza arrabbiarsi, irritarsi o alzare la voce.

In questa tecnica l’obiettivo non è aspettarsi che la persona con la quale ci stiamo confrontando condivida il nostro pensiero, ma riuscire a dire il nostro senza che ci si destabilizzi nel farlo, anche riproponendolo più volte. 

Un’altra tecnica Assertiva alla quale fare riferimento è senz’altro “l’Autorivelazione”:

ovvero essere capaci di esprimere ciò che abbiamo dentro! Perché quando non comunichiamo, l’altra persona non può sapere con sicurezza cosa pensiamo, sentiamo, e invece è di vitale importanza svelare i nostri vissuti, affinchè le nostre opinioni vengano accolte e rispettate.

Perciò, in ultima battuta, l’Assertività è uno strumento utile e pratico per migliorare la propria qualità di vita. Sei tu che puoi determinare il tipo di relazione da intrattenere con il prossimo, senza sentirti più vittima o soccombere al volere dell’altro.

L’Assertività, come altri insegnamenti del Counseling, ti permetterà di tornare a casa, alla tua casa, preservandone l’integrità.

Virginia Vandini
Sociologa
Supervisor Trainer Counselor
Presidente Il valore del femminile